Avvento Letterario 2017: #1 Un po’ di luce

“Signora, bisogna che, almeno la notte di Natale, il mio pensiero, fuggendo dal recinto, possa trovare un angolo tiepido e luminoso in cui sostare.”

Quello che voglio proporvi oggi, è un estratto da Diario Clandestino di Giovanni Guareschi, di cui vi ho parlato qui.

Nei due Natali da internato nei campi di prigionia, il pensiero di Giovannino volò con insistenza ai cari lontani, portandolo a comporre la nota Favola di Natale (che vi ho già proposto durante l’Avvento Letterario dell’anno scorso, e di cui potete leggere qui).

Nonostante non avessero quasi nulla e (soprav)vivessero in condizioni disumane, i soldati non mancarono di raccogliersi e festeggiare tutti insieme il Natale. Un modo come un altro per farsi speranza e rincuorarsi l’un l’altro.

Giovannino viene catturato nel settembre 1943. A condividere la sua stessa sorte sono più di 600.000 soldati italiani, come conseguenza dell’armistizio con gli anglo-americani (08/09/1943). Nel campo di detenzione, a tutti i prigionieri viene dato un modulo-lettera di poche righe, perché possano scrivere a casa.

Nonostante sia ancora autunno, è un viaggio lungo, quello di una lettera, dalla Polonia all’Italia. Abbastanza perché si faccia Natale, e Giovannino lo sa. Per questo, di quelle poche righe che ha a disposizione vuole trarre il massimo, e comincia a scrivere con calligrafia minuta minuta..

La lettera

Ci diedero il primo modulo-lettera, e si trattava di un foglio con molte istruzioni in tedesco e alcuni spazi bianchi da riempire in italiano. La metà destra del foglio era riservata alla risposta, e bisognava star bene attenti a non confondere l’una parte con l’altra e a scrivere chiaro, a matita e sopra le righe punteggiate, come vogliono appunto le convenzioni internazionali che tutelano il diritto delle genti.
Ci diedero pure una doppia cartolina ripiegabile corredata di severe istruzioni in francese, e la parte seconda di quest’altro ingegnoso meccanismo postale, appiccicata convenientemente su un pacco confezionato come da norme, avrebbe permesso a detto pacco di partire dall’Italia e di viaggiare verso la nostra temporanea residenza.
Il capitano N. mi disse preoccupato che si trattava di 24 righe in tutto, e il capitano C. aggiunse che se si considerava che oltre al resto noi avremmo dovuto far entrare nelle 24 righe le istruzioni dettagliate riguardanti i pacchi, la faccenda si sarebbe subito appalesata molto grave. «Bisognerà arrivare alla massima concisione», concluse il capitano M.
Ci disponemmo coscienziosamente al lavoro, comunicandoci via via il risultato dei nostri studi personali.

[…] Poi mi ritirai dal consesso e mi accinsi a riempire di lettere piccole piccole le mie ventiquattro righe. Scrissi col lapis, sopra la punteggiatura, come vogliono appunto le convenzioni internazionali che tutelano il diritto delle genti:
«Signora, robustìzza pacco pentachìlo a 1/2 cedola all’uopàta evitando medicincarte et infiammabili. Pàccami lancorrèdo, sigartabacco e secca-castagne. Se però credi castagne ben cotte possano giovare al bambino, non inviarle. Non mi manca niente. Di una sola cosa ti prego: che la sera della vigilia di Natale tu imbandisca la tavola nel modo più lieto possibile. Fai schiodare la cassa delle stoviglie e quella della crístalleria; scegli la tovaglia migliore, quella nuovissima piena dí ricami; accendi tutte le lampade. E prepara un grosso albero di Natale con tante candeline, e prepara con cura il Presepe vicino alla finestra, come l’anno scorso.

«Signora, io ho bisogno che tu faccia questo. Il mio pensiero ogni notte varca il reticolato: lo so, ti riesce difficile figurarti il mio pensiero che varca il reticolato. Il pensiero è un soffio di niente e non ha volto: e allora figurati che io stesso, ogni notte, esca dal recinto. Figurati un Giovannino leggero come un sogno e trasparente come il vento delle serenissime e gelide notti invernali.
«Io, ogni notte, approfitto del sonno degli altri e mi affido all’aria e trasvolo rapido gli sconfinati silenzi di terre straniere e città sconosciute. Tutto è buio e triste sotto di me, e io affannosamente vado cercando luce e serenità. Rivedo la Madonnina del Duomo, ma le strade e le piazze non sono più quelle di un tempo, e stento a ritrovare il nostro quarto piano.

«Signora, non dire che sono il solito temerario se entro in casa dal tetto: anzi, loda la mia prudenza se non mi avventuro lungo le macerie della scala. E poi il tetto è scoperchiato e si fa più presto. Riconosco lo scheletro delle nostre stanze e ricerco i nostri ricordi nascosti sotto i rottami dei muri crollati. Tutto è buio, freddo e triste anche qui, e soltanto se la luna mi assiste riesco a scoprire sui brandelli delle tappezzerie che ancora pendono alle pareti, i riquadri chiari e la topografia dei nostri mobili.
«Per le strade deserte, cammina soltanto la paura vestita di luna. Su un brano di tappezzeria dell’ex-anticamera vedo un fiorellino. Uno strano fiore nero a cinque petali. Signora, rammenti quando Albertino decorò le nostre stanze con la piccola sciagurata mano intinta nell’inchiostro di China? Inutilmente vado a ricercare vestigia di giorni lieti fra le pareti dell’ufficio; le pareti non ci sono più, e il grande edificio è un cupo mucchio di cemento annerito dal fumo.

«Fuggo dalla città buia e silenziosa, e rivedo i luoghi dove, zitella, tu mi conoscesti zitello. Ma anche qui è squallida malinconia, e io mi rifugio alla fine nella casupola dove si accatastano i miei ultimi effetti e i miei primi affetti. Tu dormi, Albertino dorme, mia madre, mio padre dormono. Tutti dormono, e cercano forse di ritrovare in sogno il mio ignoto, lontano rifugio. I nostri mobili si affollano disordinatamente nelle esigue stanze immerse nell’ombra, e dentro le polverose casse del solaio le parole dei miei libri si sono gelate.
«Signora, io cerco un po’ di luce, un po’ di tiepida serenità, e invece non trovo che buio e freddo, e non posso ravvisare nel buio il volto di mio figlio, e sui laghi e sulle spiagge tutto è spento e abbandonato, tutto è silenzio, e io rinavigo verso il recinto e torno al mio pagliericcio portando il gelo nelle ossa del numero 6865. Signora, bisogna che, almeno la notte di Natale, il mio pensiero, fuggendo dal recinto, possa trovare un angolo tiepido e luminoso in cui sostare. Voglio tanta luce: voglio rivedere il vostro volto, voglio rivedere il volto dell’antica serenità. Altrimenti che gusto c’è a fare il prigioniero?».

Qui ebbi la sensazione che le 24 righe stessero per finire, e mi interruppi. Le righe erano in effetti 138, e io avevo riempito le 24 mie, le 24 della risposta e altri cinque foglietti che stazionavano nei paraggi. Con estrema cura cancellai tutto e ricominciai da capo:
«Signora, robustìzza pacco pentachìlo a Y2 cedola all’uopàta evitando medicincarte e infiammabili. Pàccamí lancorrèdo e sigartabacco… ».

0 comments on “Avvento Letterario 2017: #1 Un po’ di luceAdd yours →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*