“Non muoio neanche se mi ammazzano!”

Sulle strade ferrate corre silenzioso un treno fantasma. È un treno che ha girato per tutte le strade ferrate di Germania, di Polonia, di Russia, di Jugoslavia e ha fatto sosta a tutti i campi di concentramento, ed è un convoglio che non finisce mai perché è il treno che porta le anime dei morti in prigionia.

Nel 1943, dopo l’armistizio con gli anglo-americani dell’8 settembre, oltre seicento mila soldati italiani vennero catturati e deportati nei campi di concentramento tedeschi. Venne dato loro il nome di “Internati Militari”, non di “Prigionieri di guerra”, così che non potessero usufruire delle tutele previste dalle Convenzioni di Ginevra.

A tutti i soldati fu data la possibilità di scegliere: o la prigionia e i lavori forzati, oppure il rimpatrio a seguito dell’adesione alla neonata Repubblica di Salò di Mussolini.

A cedere a tale ricatto, che chiedeva di rompere il giuramento fatto al Re, furono ben pochi. Si stima che circa il 98% dei soldati italiani rifiutò l’offerta, preferendo la deportazione, piuttosto che continuare a servire la follia fascista. I due anni successivi, per loro, furono durissimi.

Ai miei compagni che non tornarono.”

Tra questi soldati, vi fu anche Giovannino Guareschi. Matricola 6865.

Quando l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati, Guareschi, tenente di complemento di Artiglieria pesante campale, si trovava presso la caserma di Alessandria. Rifiutatosi di collaborare con i nazisti, fu arrestato e imprigionato nella Cittadella di Alessandria e, poco dopo, inviato nei campi di prigionia tedeschi. Prima in Polonia, a Częstochowa e a Beniaminów, poi in Germania, Wietzendorf e Sandbostel. Qui rimase per due anni, assieme ad altri soldati italiani. Fu liberato dagli alleati il 16 aprile 1945, giungendo in patria solo il 4 settembre dello stesso anno.

Vi ho già parlato della sua Favola di Natale. Oggi, invece, vorrei parlarvi del suo Diario Clandestino (1943-1945), pubblicato nel 1949 e che racconta frammenti della quotidianità della prigionia, con tutta la sua tristezza e la sua angoscia, non perdendo, però, l’affettuosa ironia.

Non si tratta di un vero e proprio diario, quanto di una raccolta di pensieri, di riflessioni e di appunti maturati nei due anni passati da una baracca all’altra, cercando di tenere alto il proprio morale e quello dei compagni di sventura.

Fummo peggio che abbandonati, ma questo non bastò a renderci dei bruti.”

E è proprio ai compagni di prigionia che è dedicato Diario Clandestino:

Egli pensa che, questa notte, nel Lager nessuno guarderà il cielo del nuovo anno: pensa ai compagni che non sono tornati, ma che un giorno ritroverà.
Sulle strade ferrate corre silenzioso un treno fantasma. È un treno che ha girato per tutte le strade ferrate di Germania, di Polonia, di Russia, di Jugoslavia e ha fatto sosta a tutti i campi di concentramento, ed è un convoglio che non finisce mai perché è il treno che porta le anime dei morti in prigionia. Ora corre per le strade ferrate d’Italia e si ferma soltanto quando c’è da caricare l’anima di un ex-prigioniero. E quando fra cinquanta o sessant’anni avrà caricate le anime di tutti i reduci, prenderà l’aereo binario che porta dove Dio vuole e nessuno in terra lo vedrà più.
Egli sa che un giorno il treno fantasma si fermerà alla stazione del suo paese, e anche lui salirà e ritroverà così i compagni perduti. E nell’attesa, si consola di ogni anno che passa.

Quelle che seguono, sono pagine piene di poesia e tanto, tanto cuore. Si ride e si piange. Come solo Giovannino Guareschi sa fare. Ma nonostante il dolore e lo sconforto, la fiammella della speranza nell’animo umano resta accesa, seppur tremula. E anche questo è un dono tutto guareschiano.

Io vorrei davvero che voi, questo libro, lo leggeste. Anche se fa male. Non voglio aggiungere altro, se non lasciarvi con questo brano, in cui Giovannino immagina il suo rientro a casa.

Il sogno

[…] Mi inoltro nella strada stretta piena d’ombra e di silenzio, e il mio passo risuona sulle pietre deserte e sveglia un’eco addormentata sotto un vecchio porticato.
«Tà, tà, tà… ciao, Giovannino! Ti riconosco dal passo », dice l’eco. «Tu hai camminato tanto tempo sulla sabbia molle che non te lo ricordavi neppure più che il tuo passo ha una voce. Ora la ritrovi identica a quella di prima, quando all’alba uscivi dalla tipografia e tornavi a casa, e camminavi come ora sulle pietre deserte. Te l’ho custodita gelosamente, la voce del tuo passo, nascosta in una crepa del muro. Senti? Tà, tà, tà…».
Sfocio nel vialone, alla periferia, e lì tutto è luce smagliante.
«Giovannino», sussurra un ippocastano, « fermati. Non ti rammenti più? Ti appoggiavi a me, la sera, quando aspettavi lei…».
«Giovannino, io sono la vostra panchina», sussurra un vecchio sedile di pietra. « Siediti. Parlami di te; parlami di lei. Io vi parlerò di voi…».
Ci sono ancora sei chilometri da percorrere a piedi, fra i campi, prima d’arrivare a casa. Saluto senza fermarmi:
«Arrivederci, giovinezza…».

Ecco la strada bianca coi pali del telegrafo in fila. Ed è tutto un sussurrare festoso.
«Bentornato, signor Giovannino!», mi salutano la siepe, gli alberi, il fossatello erboso. Sono brave cose di campagna, brave cose all’antica, piene di riguardo.
«Bentornato signor Giovannino!».
Esse mi parlano mentre cammino: vorrebbero dirmi di fermarmi un po’, vorrebbero offrirmi qualcosa, ma non osano. Mi hanno visto bambino: mi regalavano violette, more, sassolini rotondi. Mi nascondevano quando marinavo la scuola. Un giorno un olmo mi regalò un uccellino, e il fosso una libellula azzurra che pareva di cristallo.
Ma adesso sono cresciuto e ho i baffi, ed essi non osano più offrirmi un prugnolo o una foglia di gaggìa da far suonare sotto la lingua.
Accetto un filo d’erba da masticare.
Tanto per gradire.

Cammino masticando il filo d’erba. Dopo quella svolta vedrò d’improvviso la mia casa, ed essa, udendo la mia voce, si sveglierà di soprassalto e spalancherà stupita gli occhi di tutte le sue finestre.
Alla svolta c’è una cappelletta col sedile davanti, e sul sedile c’è qualcuno che mi chiama con voce un po’ lontana.
«Giovannino!».
O vecchia, o vecchissima nonna Giuseppina: perché hai abbandonato la tua placida tomba coperta d’erba e sei venuta fin qui? Sarei venuto io, nonna Giuseppina, a trovarti e a portarti il fiore che ho colto laggiù, in quella triste terra. L’ho qui nel
portafogli, nonna Giuseppina: te l’avrei portato e ti avrei raccontato tutto.
«Lo so, Giovannino, ma non ho avuto la pazienza di attenderti e ti sono venuta incontro». «Aspetti da tanto, nonna Giuseppina?».
«Dal giorno in cui sei partito. Sono mesi e mesi che sto qui a parlare di te con questa buona Madonnina. Ti conosce anche lei: ti ha visto passare mille volte di qui con la tua borsa di scolaretto a tracolla. Dallo a lei il tuo fiore. Io ne ho già tanti: la mia tomba è piena di fiori. C’è anche un papavero rosso: Giovannino, se vieni te lo dò».
«Verrò, nonna Giuseppina».
Infilo il mio fiorellino secco nella scatoletta che sta sulla mensola, davanti all’immagine, e il fiore riapre la corolla e si colora come se fosse stato reciso un minuto fa.
«Ciao, Giovannino. E non bere acqua fredda, quando arrivi. E rimettiti il berretto».
Nonna Giuseppina si allontana, curva sul suo bastoncello, per la via dei campi.
Vedo la mia casa.
«Giovannino, non correre! Sei debole!», mi ammonisce da lontano nonna Giuseppina.
Fra un secondo griderò qualcosa che non so ancora. E la mia voce sembrerà il Coro della Scala.

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Diario Clandestino Guareschi Recensione
ISBN: 9788817202039
Prezzo: 10.00 €
Pagine: 336

 

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