Terra Matta di Vincenzo Rabito 🇮🇹

Vincenzo Rabito nasce a Chiaramonte Gulfi nel 1899, secondo figlio di una famiglia numerosa e indigente. La sua è un’esistenza travagliata, fatta di fame e sudore. Mille e ventisette pagine, dattilografate, in cui racconta tutta la crudezza di una vita amara e ingrata.

RECENSIONE

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“Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato in via Corsica a Chiaramonte Qulfe, d’allora provincia di Siraqusa, figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, classe 31 marzo 1899, e per sventura domiciliato nella via Tommaso Chiavola. La sua vita fu molta maletratata e molto travagliata e molto desprezata.”

Vincenzo Rabito Terra Matta

Ci sono libri che non leggeresti mai se non fosse perché qualcuno ti consiglia di farlo. Terra matta di Vincenzo Rabito ne è un esempio. È stato un paziente dell’ospedale dove presto volontariato a raccomandarmelo, più e più volte.

È stato il primo titolo che mi ha chiesto, la prima volta che si è presentato in biblioteca. Quando gli ho risposto che non c’era, ha scosso la testa, tra l’affranto e l’incredulo. Poi, mi ha raccontato chi era Vincenzo Rabito, illustrandomi brevemente la sua storia, e concludendo con un caloroso: “lo legga, lo legga!

Nelle settimane successive è tornato più volte, chiedendomi sempre se avevo preso il libro, se l’avevo letto. “Ma non è un libro semplice, è scritto… lui era semianalfabeta, e scriveva in questa lingua.. italiano misto a siciliano… non è semplice…“.

Alla fine il libro l’ho comprato, un po’ per sfinimento e un po’ per curiosità. E oggi devo dire che il signor Angelo aveva ragione: davvero questo è un libro da leggere!

Vincenzo Rabito nasce a Chiaramonte Gulfi nel 1899, secondo figlio di una famiglia numerosa e indigente. La sua è un’esistenza travagliata, fatta di fame e sudore.

recensione rabito

Mille e ventisette pagine, dattilografate, in cui racconta tutta la crudezza di una vita fatta di stenti. I suoi, sono i ricordi di un’esistenza intera. Il linguaggio è spesso sgrammaticato e indulge nel dialetto, eppure la narrazione resta appassionata e travolgente.

Bastano poche pagine per affezionarsi a questo bambino che, rimasto orfano, deve farsi carico della famiglia. Lo vediamo andare a lavorare come bracciante a soli dodici anni, lo seguiamo nelle prime esperienze di vita, nelle trincee della prima guerra mondiale, poi in Libia e in Abissinia, sempre con l’indigenza alle calcagna. Segue poi l’ingresso nel partito fascista, “per poter trovare lavoro“, il matrimonio infelice e l’improvviso benessere post-bellico.

Ci si emoziona. Ci si commuove. Dall’inizio alla fine. Forse soprattutto verso la fine, quando Rabito racconta dell’educazione dei tre figli. Sono pagine che, se da un lato esprimono tutta l’ansia e il desiderio di un padre di dare un futuro migliore ai figli, dall’altro risuonano come l’ultima possibilità di riscatto, l’ultimo tentativo di rivincita personale verso un’esistenza sempre ingiusta nei suoi confronti.

Infine, Terra matta non è solo il racconto della “vita maletratata e molto travagliata” di un uomo. È il racconto nudo e crudo di sessant’anni di storia italiana e dello spaccato sociale di una nazione intera.

Consigliatissimo!

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