Gennaio è il mese dei propositi. Liste, programmi, promesse silenziose che facciamo a noi stessi.
Dopo le luci, gli auguri genuini e la convivialità sincera, c’è un desiderio che torna: ricominciare “bene”. Anche nella lettura. Soprattutto dopo un anno di libri un po’ fiacchi e deludenti.
Ho voglia di libri che abbiano un peso, una durata, una voce capace di accompagnarmi più a lungo di qualche ora distratta. Di libri che quando arrivi all’ultima pagina dell’ultimo capitolo non sei ancora pronto ad andartene.
Ecco, allora, che torno ai classici.
È un rapporto di fiducia ormai saldo: so per certo che un classico non mi lascerà tale e quale a come ero prima.
Cosa rende un classico ancora necessario
Un classico non è un libro che ha resistito al tempo per miracolo. È un libro che continua a porre domande, anche quando il mondo intorno è cambiato.
In una quotidianità che ci chiede continuamente di semplificare, di limare, di anestetizzare ogni forma di umanità, i classici celebrano la complessità dell’uomo, mostrandola in tutta la sua gloria, in tutta la sua gravitas, in tutta la sua brutalità.
Un classico promette verità stratificate, spesso tramite passaggi scomodi, che possono farci dubitare, persino irritare. Un classico apre a tutto un bagaglio di riflessioni che emerge solo se siamo disposti a restare. Un classico continua a parlarci, anche quando pensiamo di aver capito tutto.
Provate a leggere Guerra e Pace. Lasciatevi travolgere da questo vivere che non è lineare, da queste grandi domande che non trovano risposte rapide, da questa umanità così contraddittoria, mutevole, incompleta.
«La cosa più difficile non è vivere, ma sapere perché si vive.»
Mettetevi in cammino al fianco di Pierre Bezuchov. Lasciatevi sopraffare dal suo spaesamento morale. Seguitelo mentre cerca un senso, mentre inciampa, sbaglia, mentre si affida a ideologie che non reggono. Povero Pierre. All’inizio sembra ingenuo, disperso; poi diventa dolorosamente vicino.
Arrivati all’ultima pagina non sarete più gli stessi. In voi sarà avvenuta tutta una rivoluzione, tutto un turbinio di emozioni, di riflessioni: un movimento tellurico del 7° grado della scala Richter.
«La cosa più difficile non è vivere, ma sapere perché si vive.»
Leggere un classico non è mai un’esperienza neutra. E neanche rileggerlo.
Crescere significa rileggere
Provate a rileggere Piccole Donne.
Da piccole amiamo Jo March per la sua ribellione, per la sua fame di mondo, per il rifiuto delle aspettative e di una vita già scritta:
«Preferirei essere una donna libera e povera piuttosto che una signora ricca e schiava.»
Quanto ci identifichiamo in questo desiderio di autodeterminazione così potente?
Eppure, col tempo, impariamo a guardare con occhi diversi anche le altre sorelle e a capirle. Meg e il suo desiderio di semplicità, Beth e la sua forza silenziosa, Amy e la sua ambizione. Non è che abbiamo “tradito” Jo. È solo che crescendo abbiamo imparato che non esiste un solo modo giusto di vivere, ma molti modi onesti di essere fedeli a sé stessi, così come non esiste un’idea assoluta di felicità.
Oppure, pensiamo ad Anna dai capelli rossi. Anne Shirley è un personaggio che resiste alle etichette. Ci fa sorridere la sua immaginazione galoppante, con quel suo continuo interrogare il mondo.
«È così piacevole avere grandi speranze.»
Riletta da adulti, questa frase non è ingenua: è coraggiosa. E la sua immaginazione non è evasione: è resistenza, sopravvivenza. Anna parla di solitudine, di identità costruita con fatica, di una sensibilità che il mondo tende a correggere. Anna ci ricorda il valore di continuare a sperare, anche quando è difficile.
I personaggi dei classici crescono con noi
Ecco l’incredibile capacità dei classici: ci osservano mentre cambiamo.
Eh, sì, perché loro rimangono gli stessi, siamo noi che cambiamo.
Così capita che uno stesso libro letto a vent’anni possa sembrare distante, riletto dieci anni dopo ecco che diventa improvvisamente urgente.
Nel rileggere quello stesso libro spesso scopriamo qualcosa di inatteso: un tema che risuona più forte di quanto ricordassimo; una frase che sembra così attuale; un disagio che ci costringe a riflettere.
I classici sono così vivi.
I classici della letteratura continuano a parlarci perché non abbiamo tutte le risposte.
Ecco, quindi, che rileggere i classici significa confrontarsi con noi stessi.
Iniziare l’anno con un classico: un gesto controcorrente
Iniziare l’anno con un classico è anche un gesto controcorrente. Soprattutto in mezzo ad un’offerta dilagante e spesso piatta.
Iniziare l’anno con un classico significa accettare di leggere più lentamente, di soffermarsi su una pagina a riflettere, di non cercare subito una trama “che scorra”.
Voglio rimettere al centro la lettura come esperienza, non come consumo.
Non esiste il classico “giusto” in assoluto, ma so che esiste il classico giusto per questo momento e sono pronta a restare.
E tu?
C’è un classico a cui sei più affezionato?
O uno che rimandi da tempo, aspettando il momento giusto?
Quale personaggio dei classici senti più vicino oggi?
Raccontamelo nei commenti: spesso è proprio da queste conversazioni che nascono le letture più interessanti. 📚
Se ti va, qui trovi un mio vecchio post su Pierre Bezuchov e sui personaggi dei classici con cui andrei in vacanza.





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