Pista Nera di Antonio Manzini

“Pierron! Quando voi stavate nelle caverne a grattarvi i pidocchi, a Roma già eravamo froci!”

Stazione sciistica di Champoluc, ad un’ora e mezza a Aosta; in un giovedì di inizio febbraio, Amedeo Gunelli, armato di gatto delle nevi, sistema la Ostafa, la pista da sci più lunga. Mentre rientra, passando per una scorciatoia in mezzo a bosco, si accorge d’esser passato sopra qualcosa. In un primo momento pensa ad un animale, ma basta un’occhiata per rendersi conto che non è così: quello è un cadavere.

Subito viene chiamato il vicequestore Rocco Schiavone, romano e classe sessantasei. Trasferito ad Aosta da qualche mese, per motivi disciplinari, non riesce a farsi piacere il clima valdostano. A sera inoltrata, sotto la neve, Schiavone parte alla volta del luogo del delitto.

Il corpo, semi-assiderato, sotto una decina di centimetri di neve, è quello di un uomo sui quaranta. Indossa pantaloni imbottiti, una giacca a cento della North Face Polar, stivali di vitella con la suola di gomma, ma non porta i guanti; non ha documenti, e nella tasca interna della giacca ci sono un pacchetto di Malboro Light vuoto e un guanto nero da sci.

Dalla autopsia si scopre che il cadavere ha tatuato un mantra indù sul petto e un fazzoletto appallottolato nella trachea. Chi è costui? Perché è stato ucciso? Si tratta di vendetta, regolamento di conti o delitto passionale? Rocco Schiavone ha già qualche sospetto.

“Pierron! Quando voi stavate nelle caverne a grattarvi i pidocchi, a Roma già eravamo froci!”

Pista nera Manzini recensione

Non ho molta affinità né coi gialli né con gli scrittori italiani. Questo è un altro di quei libri che, se fosse stato per me, non avrei mai letto. Ho scoperto che, non solo è il primo di una serie di romanzi, ma che ne hanno addirittura tratto una serie televisiva, che ho ignorato senza sensi di colpa.

Antonio Manzini ha una scrittura accogliente e piacevole, il romanzo ha un buon ritmo e si legge tutto d’un fiato. Pista nera è un’ottima lettura di disimpegno, di quelle per staccare e rilassarsi un poco. Ma c’è un ma. E sta tutto nel suo protagonista.

È difficile farmi andare a genio questo vicequestore Schiavone, per molte e molte ragioni e che possono essere riassunte dalla frase qui sopra. Tanto per cominciare, è manesco, villano, abusa della sua posizione e non ha rispetto per nessuno. Fuma spinelli in ufficio, è corrotto (che ci volete fare, uno deve pur arrotondare lo stipendio!) e non si fa alcuna remora a corrompere i suoi colleghi; e, a quarantasei anni, si fa pure qualche pensiero sulla collega di ventiquattrenne (beh, costui ha qualche pensiero per ogni donna che incrocia!). Lui può dire tutto quello che gli passa per la testa, ma gli altri devono badare anche a come fiatano: l’ennesimo narcisista letterario, insomma.

Neppure l’elemento finale romantico, con la spiegazione del perché dei modi di Schiavone, è riuscito a redimerlo ai miei occhi: per quanto possa essere grande il fardello che una persona porta con sé, questo non può e non deve diventare una giustificante.

Infine, non ho apprezzato neanche la classica stereotipizzazione delle forze dell’ordine: guarda caso (e come al solito), il vicequestore è circondato da una miriade di cretini.

Mah.

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