La guerra della corrente

Chi controllerà la corrente, controllerà il mondo. tweet

Nelle scorse settimane è uscito nei cinema Edison. L’uomo che illuminò il mondo. Il film mette in scena la guerra delle correnti (il titolo originale, infatti, è The current war) ingaggiata alla fine del XIX da Thomas Alva Edison (1847-1931), George Westinghouse (1846-1914) e Nicola Tesla (1847-1943) per imporre la propria tecnologia di elettrificazione come standard dell’energia elettrica. Chi imporrà la propria corrente, controllerà l’intero mercato mondiale.

Da un lato abbiamo Edison, che promuove un sistema elettrico a corrente continua, più sicuro ed innocuo per l’uomo, ma più costoso. Dall’altro, ci sono Westinghouse e Tesla che, invece, sostengono la corrente alternata, più potente e pericolosa, ma economicamente e tecnicamente più conveniente (può essere trasportata più lontano e a costi minori).

edison guerra corrente
George Westinghouse, Thomas Alva Edison, Nicola Tesla

Il film copre un arco temporale abbastanza lungo. Va dalla prima dimostrazione di Edison del 1885, a poco dopo la Fiera Colombiana di Chicago del 1893, che celebrava i quattrocento anni dalla scoperta dell’America. La guerra tra Edison e Westinghouse, infatti, si gioca tutta sull’esito della gara d’appalto per illuminare la fiera

Edison sarà rimasto nella storia grazie alle sue tante invenzioni, ma è Westinghouse ad aver vinto la guerra della corrente. Oggi, è il suo sistema a corrente alternata a scandire la nostra quotidianità.

Il nome di George Westinghouse, forse, dirà ben poco, eppure, la società costruttrice di materiale elettrico ed elettro-nucleare d’America, nonché di telefonia e di produzione siderurgica, è ancora la sua Westinghouse Electric Company che, fondata nel 1872, continua a troneggiare sul mercato USA

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Nei primi anni del 1880, Westinghouse, già leader nella distribuzione del gas e nella commutazione del telefono, come inventore e imprenditore, è naturalmente attratto dalle notevoli potenzialità della corrente elettrica e della sua distribuzione. Più genuinamente interessato al progresso che al profitto in sé, tenta più volte di convincere Edison a far fronte comune, certo che una loro unione possa giovare alla società, senza però riuscirci. Così, per capriccio di Edison, i due continuano a darsi battaglia a colpi di innovazione.

E la cosa più affascinante ed interessante del film (che di per sé, non è altrimenti degno di nota) è il fermento intellettuale degli anni della rivoluzione industriale: una fucina di menti instancabilmente all’opera per dare forma e spessore alla modernità. Non solo Edison, Westinghouse e Tesla, ma anche William Stanley, Franklin Leonard Pope, e più volte si ricorda che nel team di lavoro di Edison v’è soltanto il meglio del meglio. Il coinvolgimento è tale che, almeno per quanto mi riguarda, a fine film la voglia di correre in garage e improvvisarsi novelli MacGyver è tanta.

Se il ruolo del geniale ed eccentrico Tesla rimane sullo sfondo, condizionato e svantaggiato dalla condizione di immigrato e dalla conseguente mancanza di agganci, lo scontro tra le personalità di Edison e Westinghouse riempie la scena. E, a dispetto del titolo italiano, a mio avviso, è quest’ultimo ad avere la meglio.

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Dal punto di vista umano, infatti, Thomas Alva Edison, ne esce male. Megalomane ed egocentrico, pieno di sé e convinto della propria genialità, non ha considerazione per nessuno. A cominciare dalla moglie e dalla propria famiglia, che trascura senza darsi tanta pena (anche se nel film si cerca di mitigare questo aspetto). Pessimo il suo comportamento verso i dipendenti. Da dimenticare nelle relazioni sociali.

A lui si devono il fonografo e il cinetoscopio. Eppure, per tutta la vita non fa che acquistare i brevetti degli altri e, con l’aiuto del suo team di dipendenti, migliorarli e farli suoi, prendendosene tutto il merito. Arriva persino ad andare contro i propri principi pur screditare Westinghouse a suo vantaggio (il risultato? L’invenzione della sedia elettrica).

George Westinghouse, invece, ha un forte senso etico e morale. Ha la massima considerazione per la propria famiglia, è un datore di lavoro coscienzioso e pronto a dividere tutto con i propri soci in affari. Un gentiluomo d’onore che ha a cuore i dipendenti (che già lavorano soltanto cinque giorni a settimana). Nei momenti di crisi, anziché licenziarli, li ricolloca da una società all’altra, pur di non metterne in ginocchio le famiglie. Gli interessa il progresso, ma non a scapito del lato umano. Non sente il bisogno di mettersi in mostra o di darsi pena per far conoscere il suo nome e lasciarlo alla storia, quasi a dire: signori, so benissimo che cosa sono capace di fare, non ho bisogno di vendermi o dimostrare niente a nessuno. Punto. Come afferma lui stesso:

Se un giorno diranno di me che nel mio lavoro ho contribuito al benessere e alla felicità del mio collega, allora sarò soddisfatto.” 

E può essere più che soddisfatto, perché la sua umanità e integrità non sono passate inosservate. Oggi, nel Parco di Schenley, a Pittsburgh, c’è un Memoriale fattogli costruire nel 1930 dai suoi stessi dipendenti (55.000 dipendenti, che raccolsero l’equivalente di $2.500.000 odierni).

Il film in sé non sarà memorabile, ma le storie che racconta rimangono e fanno riflettere. Soprattutto in un’ attualità dove l’io, il ‘quello che voglio io’ e il mettersi in mostra la fanno da padrone. Essere un Westinghouse in un mondo di Edison non è facile. Si finisce per sentirsi dire che “non si ha personalità”, quando il punto, invece, è tutto un altro. E molto più importante.

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